Giubileo della Misericordia:Vestire gli ignudi

 

 Giubileo della Misericordia: le Opere di Misericordia

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Terza opera di misericordia corporale: Vestire gli ignudi
Nel mondo in cui viviamo troviamo moltissime persone che vivono in condizioni poco umane, in situazioni di povertà e miseria che si traduce nell’essere sprovvisti di vestiti o a malapena vestiti o coperti di stracci. Tale condizione ha anche una connotazione psicologica e spirituale. Di fatto, l’uomo nudo è l’immagine del più povero fra i poveri. E non soltanto nel senso realistico della parola. Infatti, si trova nello stato di nudità anche colui che viene privato e spogliato di tutti i suoi beni e della stessa sua dignità, perché la nudità non significa solo esposizione alle inclemenze del tempo, ma anche umiliazione, indegnità, infermità, assenza di difese, pericolo. È interessante, a questo proposito, il fatto che buona parte della valenza simbolica della nudità nella Bibbia sia negativa. La nudità viene presentata come frutto del peccato (Cfr. Gen 3,7) o come caratteristica dello schiavo che deve essere venduto o del carcerato (Cfr. Gen 37,23; Is 20,4) o come la condizione di alienazione in cui vive il malato mentale (Cfr. Mc 5,1–20). Si tratta della nudità umiliata dell’emarginato, che presenta il libro di Giobbe quando parla dei poveri: “nudi passano la notte, senza panni, non hanno da coprirsi contro il freddo ... nudi se ne vanno, senza vestiti e affamati” (Gb 24,7.10). Per questo, la Bibbia propone un atteggiamento di compassione nei confronti della nudità (Cfr. Tb 4,16; Ez 18,16; Is 58,7), fino a richiederla come opera essenziale nell’elenco delle domande fondamentali per il giudizio finale (Cfr. Mt 25,36). L’atto di vestire chi è nudo implica un prendersi cura del suo corpo, un’intimità dunque, un toccare e misurare il corpo per poterlo adeguatamente vestire. Ma implica anche un prendersi cura della sua anima, in quanto il vestito protegge l’interiorità e sottolinea che l’uomo è un’interiorità che necessita di custodia e protezione. Vestirsi è un’arte che il bambino impara grazie alla madre che lo veste; l’anziano poi deve spesso farsi aiutare a vestirsi e a svestirsi. Nella Bibbia il vestito è segno della condizione spirituale dell’uomo. L’atto umano di vestire chi è nudo si fonda per la Bibbia sul gesto originario di Dio stesso che ricoprì la nudità umana preparando gli abiti e poi vestendo Adamo ed Eva dopo la loro trasgressione: “Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (Gen 3,21). Condividere gli abiti con il povero è gesto di intimità che richiede delicatezza, discrezione e tenerezza, perché ha a che fare in modo diretto con il corpo dell’altro. Condividere gli abiti con il povero – non nel modo impersonale e efficiente della raccolta di aiuti da spedire ai poveri del terzo mondo, ma nell’incontro faccia a faccia con il povero – diviene allora narrazione concreta di carità, scambio in cui chi si priva di qualcosa non si impoverisce ma si arricchisce della gioia dell’incontro, e chi fruisce del dono non è umiliato perché il fatto di essere vestito introduce in una relazione ed egli si sente accolto nel suo bisogno come persona, cioè nella sua unicità.